Quello che avrei fatto diversamente

by Silvia Lepschy, Alumnus, Deutsche Bank Wealth Management

Anche questa settimana i nostri autori non ci lasciano soli e annoiati! Per molti di noi, inoltre, in questo mese si avvicina il momento di fare delle scelte importanti per il futuro, come scegliere il percorso di Laurea Magistrale.

Ecco perché noi di JEBO abbiamo deciso di condividere con voi l’esperienza di Silvia Lepschy, sperando che possa almeno ispirare i più indecisi e incoraggiare i decisi.

La scelta dell’università o di qualsiasi percorso di studi non è sempre semplice. Le opzioni sono molte e abbiamo in mente un’idea approssimativa di ciò che ci piacerebbe fare nella vita. Ahimè, come ho imparato sulla mia pelle, nessuno di noi ha la benché minima idea di cosa sia il famigerato “mondo del lavoro”.

Come si fa quindi a fare una scelta appropriata?

Io, analizzando le mie scelte a posteriori, scusate il francesismo, ho cannato in pieno. Riesco ad ammetterlo solo oggi, perché alla fine, sono riuscita a far prendere la piega giusta alla mia carriera, ma vi assicuro che non è piacevole rendersi conto di aver fatto la scelta sbagliata.

Ma torniamo un po’ indietro e vi racconto un po’ del mio percorso. Dopo aver finito la triennale in Business and Economics all’Università di Bologna nell’estate del 2018, ho intrapreso un master in Luxury Management in Francia presso GEM – Grenoble École de Management: Business School sufficientemente conosciuta e presente nei rankings, corso ampiamente pubblicizzato promuovendo connessioni esclusive con l’industria del Lusso e della Moda. Su carta un’ottima opportunità, e sicuramente un’ottima scelta per qualcuno con obiettivi diversi dai miei. Mi spiego meglio. 

Ricordo ancora il giorno in cui ho ricevuto l’esito della mia candidatura per questa Business School. Era il 2 di Gennaio, e io avevo completato l’application il Novembre precedente. Ciò significa che io, non ancora laureata, e non solo, senza ancora aver iniziato a scrivere neanche la tesi, avevo già un piede dentro la scuola che mi avrebbe accolta per il conseguimento del master. Quello che credevo su me stessa e soprattutto su come avrei voluto che si evolvesse la mia carriera lavorativa, era ben diverso da quello di cui solo con il tempo ho potuto prendere piena consapevolezza.

La colpa non è stata solo mia. Ho sempre fatto lavoretti part time durante i miei studi, ma non mi sono mai affacciata alla realtà di un lavoro vero, un lavoro per cui ti svegli tutti i giorni e che in fondo ti deve soprattutto piacere e far sentire gratificato. Purtroppo, a differenza di altri paesi, senza andare troppo lontano, del panorama Europeo, in Italia sembra quasi tutti abbiano fretta di finire gli studi. Stiamo in apnea per almeno cinque anni, saltando dalla triennale alla magistrale, senza esserci, nella maggior parte dei casi, mai neanche relazionati con ciò che significa lavorare. L’idea dell’anno sabbatico è quasi malvista, solo gli scansafatiche se lo prendono, e le triennali non includono esperienze di stage in azienda (sì, le ho fatte anche io le 300 ore di stage facoltativo e sì, faccio fatica a considerarle una vera e propria esperienza lavorativa).

Nonostante le mie esperienze all’estero mi abbiano fatto capire quanto l’istruzione italiana sia una tra le migliori al mondo, se solo facessimo più attenzione a come gira il mondo e cercassimo di capire cosa significhi lavorare, beh, vi assicuro che saremmo imbattibili.

Lavoro, rigorosamente all’estero, da ormai un anno e mezzo. Dove e cosa ci faccio qui ve lo dirò alla fine. Ho iniziato con uno stage e successivamente ho avuto l’opportunità e la fortuna di poter rimanere a tempo indeterminato. Il mio stage l’ho iniziato a 23 anni, relativamente presto per gli standard italiani. Durante questi anni fuori, ho avuto l’occasione di relazionarmi con ragazzi e ragazze di 19/20 anni che, appena iniziata la triennale, stavano già affrontando una seconda esperienza di stage, e precedentemente avevano fatto esperienze a Londra, Singapore o altre esotiche destinazioni. Questi ragazzi, ancora prima di finire la loro triennale, hanno sul proprio CV almeno 2/3 esperienze di lavoro, vere (non le 300 ore); e non perché siano persone fuori dalla norma, ma semplicemente perché il sistema scolastico nel loro paese d’origine gli ha permesso di sfruttare la loro intraprendenza al massimo. Può anche essere che queste persone tra la triennale e la magistrale si prendano un altro anno in cui faranno altre esperienze di vario genere. Ma una cosa è certa, la loro scelta, qualsiasi essa sia, sarà sicuramente più consapevole di quella che feci io ormai tre anni fa.

Se siete parte di JEBO mi viene da dare per scontato che l’intraprendenza e la voglia di mettervi in gioco non vi manchi. Il mio consiglio è proprio quello di non avere fretta, di non correre a fare una scelta, appena finita la triennale, solo perché percepite che sia quello che l’ambiente in cui viviamo e in cui siamo cresciuti si aspetta.

Non fate il solito 3+2 in apnea, per poi rendervi conto ormai dopo aver speso energie e risorse di aver preso una direzione sbagliata. Cercate startup, ambienti dinamici in cui possiate davvero mettere le mani in pasta e scontrarvi con la realtà di ciò che sapete e non sapete fare, ciò che vi piace e non vi piace fare. Oppure provate l’esperienza di lavorare per grandi istituzioni come banche o aziende con presenza globale e cercate di capire se questa dimensione delle cose fa per voi.

Immagino già quello che stiate pensando. Come si fa senza un master o una magistrale ad essere presi anche solo in considerazione? Sarò onesta, nemmeno io lo credevo possibile. Ma vi assicuro che ci sono dei paesi europei (non l’Italia purtroppo) che danno ampio spazio a gente giovane senza alcuna esperienza. Fate leva sulle conoscenze, su persone che hanno fatto il vostro stesso tipo di percorso semplicemente qualche anno prima. Insomma, nulla di cui non abbiate già sentito parlare.

Per concludere, dove sono io ora e cosa faccio?

Dopo la Francia mi sono trasferita a Lussemburgo. Da un anno e mezzo lavoro per Deutsche Bank Wealth Management nel dipartimento di credito strutturato. Lavoro nel campo della finanza come circa l’80% delle persone che abitano qui e amo ciò che faccio. Sogno grandi città come Londra e New York per le mie prossime esperienze e, ad oggi, non mi vedo in un ambiente diverso da questo.

Quando la gente mi chiede che cosa abbia studiato, la mia risposta lascia sempre tutti molto perplessi e molto spesso mi prendono per matta. Non nego, che per quanto possibile tendo ad evitare di menzionare il mio percorso di studi, perché a volte ho come l’impressione di non essere presa sul serio. Non c’è stato giorno in cui io non mi sia sentita un outsider, un pesce fuor d’acqua, circondata da squali che mangiano pane e finanza da quando hanno iniziato l’università.

L’unica cosa che ad oggi posso fare, senza troppo piangere sul latte versato, è cercare di colmare le mie mancanze tecniche del settore. Ho iniziato infatti a studiare per il CFA, studi necessari per iniziare il percorso in Finanza, che avrei sicuramente scelto se avessi valutato le opzioni più consapevolmente. Per chi non lo conoscesse, il CFA è una delle certificazioni più richieste e conosciute nel settore finanziario si struttura su tre livelli. Solitamente un candidato CFA impiega almeno tre anni per ottenere tutti e tre i livelli. Un consiglio: se avete già le idee chiare, iniziate a farlo quando state ancora studiando; studiare con anche un lavoro a tempo pieno è un suicidio.

Detto ciò, fare parte di JEBO e del network italiano delle Junior Enterprises, vi espone alla conoscenza di un incredibile numero di “young professionals” che si trovano a intraprendere i primi passi nelle proprie carriere. Fate buon uso di questa banca dati umana e non abbiate timore nel contattare qualcuno che potrebbe aver vissuto un’esperienza simile a quella che state vivendo voi. Se mai vogliate trasferirvi in Lussemburgo, fate riferimento a me.

Ultimo consiglio, fate in modo di scegliere con consapevolezza.

Silvia Lepschy

Make. Lead. Inspire.

JEBO

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