L'industria musicale e Spotify

by Debora Margagliotta, studentessa di Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna

Bentornato/a sul nostro blog!

Ti sei mai chiesto/a quali sono le dinamiche che stanno dietro alle nuove uscite degli artisti nel mondo della musica? In questo articolo Debora Margagliotta, studentessa di Scienze della Comunicazione all’Università di Bologna, approfondisce questo aspetto dell’industria musicale odierna, concentrandosi sulle playlist personalizzate create attraverso algoritmi sofisticati.

Buona lettura!

Nell’epoca dello streaming musicale e dei social network, ogni venerdì siamo sommersi da nuova musica rilasciata da artisti emergenti o affermati dopo intense operazioni di promozione. Quando questa giornata arriva, alcuni di noi si ritagliano del tempo per ascoltare le playlist aggiornate con le ultime uscite, finendo in un vortice frenetico di ascolto poco attento, spesso finalizzato a sentirsi al passo con gli altri.

La giornata di venerdì, fissata nel 2015 dalla Federazione Internazionale dell’Industria Fonografica (IFPI) per il rilascio delle uscite internazionali, ha assunto un valore sempre più importante nel corso degli anni, soprattutto grazie alla nascita e alla diffusione di playlist come #NewMusicFriday di Spotify dedicate ai brani più recenti.

Spotify nasce nel 2006, in un contesto musicale diverso da quello attuale. Le case discografiche stavano attraversando un grave periodo di crisi, caratterizzato dal calo delle vendite musicali e dall’aumento del download illegale dei brani. In questa situazione, l’azienda riuscì a sfruttare le nuove tecnologie per dar vita a un progetto che avrebbe cambiato il modo di ascoltare la musica. Le case discografiche, consapevoli di non avere molto da perdere, aprirono il loro catalogo musicale alla piattaforma e da quel momento iniziò un lungo rapporto destinato ad apportare benefici a entrambe le parti.

Il successo di Spotify, ad oggi, è dato sicuramente dalla sua possibilità di personalizzazione.

Pensiamo in particolare alle playlist, che oggi hanno tolto centralità agli album e vengono considerate esse stesse i “nuovi album”. Le più importanti nascono a partire dal 2015 e sfruttano algoritmi sofisticati che raccolgono brani sulla base delle uscite più recenti o dei gusti dell’ascoltatore.

Oltre agli algoritmi, anche gli utenti della piattaforma possono creare playlist collaborative o editoriali. Spesso, però, la musica che esce dalle nostre cuffie è il risultato dell’incontro tra algoritmi e editori specializzati nel curare playlist sulla base di dati estremamente accurati. Si tratta dei cosiddetti gatekeeper, cioè poche persone in tutto il mondo che determinano quali artisti e canzoni entrano o escono da queste playlist algotoriali.

Pensando al lavoro di questi curatori, è lecito chiedersi chi realmente scelga gli artisti che ascoltiamo ogni giorno, quindi chi stiamo finanziando con il nostro ascolto e chi stiamo lasciando indietro.

Se spostiamo lo sguardo e consideriamo il punto di vista degli artisti, scopriamo un’industria che premia coloro che riescono ad essere virali o che hanno già molto successo, a discapito di tutti gli altri che si attestano come distante rumore di fondo.

Su Spotify, il guadagno degli artisti dipende dagli stream che ottengono e può variare molto in base al periodo e al cantante stesso. Nel corso del tempo non sono mancati artisti che si sono scagliati contro questo sistema e hanno accusato la piattaforma di avidità. Il potere di quest’ultima, però, è molto forte e decidere di escludere la propria discografia dal suo catalogo significa rinunciare a un’importante fonte di guadagno e notorietà.

Per avere successo e poter contare sulle entrate derivanti dall’applicazione, gli artisti si pongono quindi l’obiettivo di raggiungere la viralità. Spesso si tratta di seguire i trend periodici dei social più diffusi, come TikTok, oppure di mantenere un canale sempre aperto con i fan, generando hype tramite una comunicazione frequente sulle proprie pagine social.

In ogni caso, sia che si tratti di artisti mainstream che di nicchia, è necessario produrre e rilasciare in modo regolare nuova musica per essere il più possibile presenti nelle già citate playlist algotoriali.

Con queste premesse, è facile immaginare che la qualità dei brani realizzati dagli artisti sia propensa a risentire del rapido processo di creazione a cui sono sottoposti. Nonostante i consumatori domandino prodotti sempre più elaborati e di valore, gli artisti non hanno il tempo materiale di vivere esperienze che ispirino la loro arte e si ritrovano costretti a pubblicare brani anonimi ad intervalli di tempo sempre più corti.

In questo sistema, la musica si trasforma gradualmente in un prodotto usa e getta, capace di raggiungere rapidamente le vette delle classifiche più importanti, ma destinato a uscirne con la stessa velocità.

Gli ascoltatori, infatti, hanno una soglia di attenzione in progressiva riduzione. Il giovedì aspettano la mezzanotte per ascoltare un nuovo album, che si apprestano a giudicare in fretta, condividendo pareri estremamente polarizzati sui propri canali per ottenere qualche interazione. Non si prendono il tempo di approfondire il lavoro dell’artista per poterne apprezzare i dettagli, ma se ne dimenticano dopo una settimana all’uscita di qualcosa di “più nuovo”.

Questo comportamento ricorda quello delle storie di Instagram, con una durata che si allunga a sette giorni, e rimanda alle dinamiche della FOMO (fear of missing out), cioè quella paura di essere esclusi dalle esperienze sociali collettive, che ci spinge a rimanere sempre al corrente sulle attività degli altri vivendo in un costante stato di ansia. Da un lato, quindi, abbiamo la fortuna di avere accesso ad un enorme catalogo musicale, ma dall’altro tentiamo costantemente di assimilare tutto, mentre fatichiamo ad uscire dalla nostra bolla musicale.

Questa sovrapproduzione della musica genera quindi un paradosso che richiede come sua unica soluzione il ricorso al più inestimabile dei beni: il tempo.

Dalle parole di Matteo Professione, in arte Ernia, al TedxUnicatt di marzo 2021: “Se vogliamo che ciò che ascoltiamo segni i nostri momenti indelebilmente, dobbiamo far sì che la musica che ascoltiamo derivi da esperienze che hanno segnato indelebilmente i ricordi di chi quella musica l’ha scritta”.

Questo comporta imparare ad aspettare che gli artisti trascorrano tempo di qualità e nel frattempo valorizzare fino in fondo e a lungo termine la loro arte, rispettando anche il tempo a noi necessario per ascoltare ciò che ci piace davvero, senza smarrirsi nell’inquinamento acustico generato dal sovraffollamento degli artisti e delle playlist.

Debora Margagliotta

E tu, conoscevi già queste dinamiche che tendono a rendere la musica un prodotto “usa e getta”?

Facci sapere nei commenti cosa ne pensi!

Make. Lead. Inspire.

JEBO

Music industry and Spotify

Welcome back to our blog!

Have you ever ask yourself which are the dynamics behind the last artists’ releases of the world of music? In this article Debora Margagliotta, student of Communication Studies at University of Bologna, will analyse this aspect of the actual music industry, with a close focus on the customized playlist generated by specific algorithms.

Enjoy your reading!

We are living in an era characterized by musical streaming and social network, every Friday we are submerged by new realized songs by emergent or affirmed artists after intense marketing operations. When this day comes, some of us save some time to play the updated playlist, finding themselves in a frenetic vortex of poor listening, often finalized just to step with the others.

In 2015 Fridays have been chosen as days for international releases by International Federation of Phonographic Industry (IFPI), and for this reason they have assumed over the years an important value, especially thanks to the realization of playlist such as Spotify’s #NewMusicFriday, totally dedicated to the newest songs.

Spotify sees the light for the very first time in 2006, in a musical context different from the actual one. Record companies were in deep crisis, mainly because of the decrease of the musical sells and the increase of the illegal downloads of songs. In this situation, the company was really able to exploit new technologies in order to create a project that would have changed the way of listening to music. Record labels, well aware of the critical context, opened their music library on the platform and from tat moment on a beneficial relationship was born.

The success achieved by Spotify is certainly given by the possibility of customization.

It is enough to think to playlist, capable of stealing the stage to albums to the point of being considered the new albums themselves. The most significant ones began in 2015 and they use sophisticated algorithms that gather together songs based on the newest releases or on the listener taste.

Apart from algorithms, users can create collaborative or editorial playlist. But, often, the music that comes out of our headphones is the result of the encounter of algorithms and publisher specialized in editing playlist on the basis of extremely accurate data. This phenomenon is called gatekeeper, few people in the whole world that determine which artist and songs comes in and out this algotorial playlist.

Thinking about the work of these curators, it is legit to ask ourselves who is actually choosing the artist we are listening to everyday, and so who we are paying with our listening and who we are leaving behind.

If we move our focus and we start considering the point of view of the artist, we can find out an industry that reward the viral ones or the very successful ones, at the cost of all the others that result as distant background noise.

On Spotify, the income of the artist depends on the streams and it can change a lot depending oh the time of the year or on the artist. Over the years many artist lashed out against this system and they accused the platform of avidity. The power owned by Spotify is very affirmed and deciding to remove their discography from its catalogue would mean renouncing to an important source of incomes and notoriety.

In order to be successful or to be able to count on the revenues coming from the platform, the artist set as the main aim to become viral. Very often, this means to follow periodic trends on the social networks, such as TikTok, or to keep an always open channel with their fans, generating hype through a frequent  social communication.

In each case, both mainstream and niche artists, it is necessary to product and release new music in a regular way, in order to be as present as possible in the aforementioned algotorial playlist.

With these premises, it is simple to imagine that the quality of the songs realised from the various artist is likely to be affected by the rapid process of creation to which they are subjected. Despite the consumers demand always more valuable and elaborated products, the artists have no material time to inspirational experiences and they find theirselves forced to publish anonymous tracks at shorter time intervals.

In this system, music is gradually becoming a disposable product, capable of rapidly reaching the top of the most relevant charts, but they are also destined to get out of them at the same speed.

Nowadays, listeners have a threshold of attention in progressive reduction. On Thursdays they wait for midnight in order to listen to the new album, happy to judge it, sharing extremely polarized opinions just to obtain some interaction.They do not take enough time to study and appreciate the details of the work the artist did, and then they just forget about this song in a week, in searching for something new.

This attitude reminds the one of the Instagram stories, with a dynamic of seven days, and refers to the dynamics of FOMO (fear of missing out), which means the fear of being excluded from collective social experiences, that leads us to always be updated on the activity the others are living, facing constant anxiety. On one hand, we are fortuned to have access to an enormous music catalogue, but on the other hand we are constantly trying to assimilate every single thing, while we are struggling to exit our music bubble.

This overproduction of music leads a paradox that require as unique solution the recourse to the most invaluable of goods: time.

From Matteo Professione’s words, as kown as Ernia, at TedxUnicatt in march 2021: “ if we want that what we are listening to sign indelibly our moments, we must ensure that the music we are listening to comes from experiences that have indelibly marked the memories of who wrote that music”.

This implies learning to wait that artist spend quality time and in the meantime enhance til the end and over time they art, even respecting the necessary time we need to listen to what we truly like, without getting lost in the acoustic pollution produced by the overcrowding of artist and playlist.

Debora Margagliotta

And you? Were you already aware of these dynamics that tent to transform music into a disposable products?

Let us know in comments below!

Make. Lead. Inspire.

JEBO

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