L’ effetto Zeigarnik: l’impatto della psicologia nella comunicazione social
by Andrea Manuela Palermo, socia di JEBO
Nell’approcciarci quotidianamente ai social spesso ci affidiamo totalmente al nostro intuito. Alla nostra capacità di ragionamento. O semplicemente alla nostra esperienza. Ma non ci soffermiamo mai a pensare quanto delle strategie comunicative sorga sulla psicologia e sugli effetti che essa affronta. Uno tra questi è l’Effetto Zeigarnik.
Come funziona?
L’Effetto Zeigarnik è un bias psicologico secondo cui tendiamo a ricordare più facilmente le azioni interrotte dal nostro cervello piuttosto che quelle già svolte e concluse. Secondo questo effetto la nostra mente si rende conto che tale compito sia rimasto incompleto e tende al fine di realizzarlo, impedendo sino ad allora di concentrarsi su altro.
Secondo la psicologia della Gestalt, l’uomo si protende per completare i propri cicli Gestaltici, da pre-contatto a post contatto, che rappresenta la fase di ritiro necessaria perché la persona possa dedicarsi ad altre attività e non lasciare così cicli incompleti.
Quanto questo effetto impatta sulla comunicazione tramite social?
Quando si realizza una campagna di comunicazione si sa che uno dei capisaldi fondamentali consista proprio nel creare uno storytelling che catturi l’attenzione dello spettatore. Cosa accadrebbe se questo racconto venisse spezzato? Beh… nel peggiore dei casi l’interruzione crea ansia e senso di fastidio. Nel migliore dei casi diventa un’arma utile nelle mani del comunicatore.
I comunicatori professionisti, consci dell’effetto di questo bias, lo utilizzano spesso nelle storie Instagram: quando l’influenzer e/o il creator interrompono la storia all’apice del racconto, costringendo lo spettatore ad attendere per proseguire e scoprire il resto. Quello che comunemente chiamiamo “Hype”! E l’utente reagisce di buon grado assicurandosi di assistere alla seconda parte della storia. I comunicatori, dal canto proprio, aumenteranno il legame tra il cliente e la pagina, creando una vera e propria connessione emotiva.
Sarà mica per via di questo effetto che la voglia di continuare a leggere un libro aumenta proprio in prossimità della conclusione di un capitolo con un enorme cliffhanger? O (esempio ancora più attuale) che aspettiamo la parte due dell’episodio di Falsissimo su You Tube per sapere come si conclude il racconto?! O che attendiamo con ansia la storia Instagram successiva se nella precedente ci è stato detto che sarebbe stato fatto un annuncio importante?
Tutti odiamo le attese, eppure torniamo sempre per scoprire il finale!
Le storie Instagram usufruiscono di questo escamotage psicologico per fare in modo che guardare le stories diventi un processo ciclico e senza fine. Più, attraverso la barra di processo, ci rendiamo conto che la storia abbia elementi, più ci spingiamo ad andare avanti.
La fine di questo ciclo prevede infatti un conclusivo senso di soddisfazione determinato dalla lunghezza della storia; del senso di novità che ci conduce a ritornare su quella pagina e al senso di progresso nel constatare di essere riusciti ad essere testimoni di ogni singolo elemento dello storytelling narrato.
Uno strumento nelle mani di professionisti!
I professionisti, allora, fanno di tutto perché ciò accada: gamification, propongono sfide e contenuti esclusivi a chi vedrà le storie (spesso fissando data e ora); realizzano contenuti a puntate; coinvolgono con dei sondaggi; fanno domande aperte o annunciano novità che solo dopo un po’ troveranno una risposta.
Un social media manager conscio di questi mezzi psicologici ha la chiave per assicurare a un brand notevoli vantaggi!